Con Ben Street e Bill Stewart, il chitarrista americano costruisce un concerto di grande libertà e precisione, in cui l’improvvisazione diventa ascolto reciproco, rischio e invenzione condivisa.
– di Rosario Moreno –
Il concerto del John Scofield Trio a Sanremo ha mostrato qualcosa che va oltre la bravura dei singoli: la capacità di costruire, in tempo reale, una relazione musicale credibile. Sul palco dell’Uno Jazz&Blues Festival, Scofield, Ben Street e Bill Stewart hanno costruito, momento dopo momento, uno spazio musicale mobile, aperto e in costante trasformazione.
La forza del trio non risiede semplicisticamente nella somma di tre personalità affermate, ma nella loro capacità di mettersi continuamente in discussione. Ogni frase della chitarra trova nella batteria e nel contrabbasso una risposta, una deviazione o una nuova possibilità; ogni impulso ritmico può modificare la direzione del discorso. La musica non procede per ruoli prestabiliti, ma attraverso un equilibrio dinamico dove le gerarchie si dissolvono di continuo, ricomponendosi brano dopo brano in configurazioni sempre diverse. È un modo di suonare che presuppone fiducia reciproca totale: nessuno dei tre può permettersi di “aspettare” gli altri, perché la musica si genera proprio nell’istante in cui ciascuno rischia una direzione non concordata in anticipo.

Scofield continua a possedere un linguaggio immediatamente riconoscibile: un suono spigoloso, a tratti tagliente, capace di attraversare blues, funk e jazz moderno senza mai trasformarsi in maniera. Ma in questa formazione il suo fraseggio acquista un’ulteriore libertà, perché può contare su due interlocutori che conoscono il valore della tensione quanto quello della sottrazione. Non è un caso che proprio nel formato in trio, il più esposto, il più nudo, Scofield sembri trovare la sua dimensione più autentica: senza strumenti armonici di supporto, ogni sua scelta diventa insieme melodica e armonica, e la chitarra è chiamata a farsi carico dell’intero discorso musicale.
Ben Street mantiene il baricentro del trio con un contrabbasso saldo e insieme melodicamente inventivo: la sua è una presenza che rassicura senza mai irrigidirsi, un ancoraggio che lascia comunque margine di deriva agli altri due. Bill Stewart, dal canto suo, non si limita a scandire il tempo: lo apre, lo sposta, lo frammenta e lo ricompone con una fantasia ritmica che rende ogni passaggio imprevedibile, senza però mai smarrire il filo che tiene insieme il discorso collettivo. Insieme, i tre danno vita a una musica che sembra ri-nascere continuamente sul palco, senza mai perdere coerenza o direzione: un paradosso solo apparente, perché è proprio la solidità della loro intesa a rendere possibile tanta libertà.
Nei momenti più energici, il trio lavora sul groove con una naturalezza quasi fisica, mantenendo il suono vivo e irregolare. In quelli più raccolti, invece, il tempo si dilata e il silenzio smette di essere semplice attesa, diventando esso stesso materia sonora, parte attiva della costruzione musicale. È proprio in questa alternanza tra densità e rarefazione che si misura la loro intesa: una musica capace di essere complessa senza diventare astratta, libera senza perdere il senso della forma.

Il concerto sanremese ha confermato come il valore di Scofield non stia soltanto nella sua storia o nella sua tecnica, pure evidentissima, ma nella capacità di restare dentro il presente della musica. Con Street e Stewart, il chitarrista americano ha trovato una dimensione in cui l’improvvisazione non è esibizione, ma pratica di ascolto: un gesto collettivo che si rinnova a ogni brano e che, proprio per questo, continua a sorprendere.
Non è un caso che una musica capace di rigenerarsi a ogni frase abbia trovato casa in una rassegna essa stessa figlia di una rinascita. L’Uno Jazz&Blues raccoglie infatti l’eredità dello storico Festival Internazionale del Jazz, attivo a Sanremo dal 1955 al 1966, quando la città dei fiori fu tra le prime in Italia ad aprire le proprie sale ai grandi nomi del jazz internazionale, contribuendo a costruire una tradizione musicale che ancora oggi la contraddistingue. Di quella stagione pionieristica, la rassegna attuale ha saputo reinterpretare lo spirito senza restarne prigioniera, intrecciando il jazz con il blues e allargando così il proprio pubblico senza diluirne l’identità.
È un percorso che, in settant’anni, ha permesso a Sanremo di non limitarsi a custodire la memoria di un’epoca gloriosa, ma di rinnovarla continuamente, ospitando nel tempo nomi come Herbie Hancock, Stefano Bollani, Kurt Elling e Billy Cobham, accanto a un lavoro costante di coinvolgimento del territorio. È forse questa la sua lungimiranza più autentica: aver capito che una tradizione, per restare viva, non può limitarsi a essere celebrata, ma deve continuare a rischiare, ad aprirsi, a reinventarsi, esattamente come fa, sul palco, la musica di un trio che non smette mai di ascoltarsi.
Rosario Moreno
